21-10-2005

Imprese cinesi e sostenibilità

In un articolo che analizza i motivi per cui la borsa statunitense si è comportata peggio di quelle europee nonostante i migliori risultati aziendali, l'Economist della scorsa settimana cita uno studio di tre nostri connazionali accademici presso università americane (Guiso, Zingales, Sapienza), secondo i quali il livello di fiducia degli investitori sui mercati finanziari influenza sensibilmente la loro performance. Con questa motivazione spiegano anche il peggiore andamento 2005 della borsa italiana rispetto ad altre piazze europee.
Effettivamente sembra che qualche correlazione statistica tra "bontà" dei comportamenti aziendali e percezione del mercato sussista. Questo fatto potrebbe aiutare a spiegare come mai la borsa cinese sia ampiamente in terreno negativo dall'inizio dell'anno (-8% a venerdì scorso), nonostante i tassi di crescita straordinari dell''economia.
Ma che cosa esattamente crea fiducia da parte degli investitori in un'azienda od un sistema economico? Probabilmente la percezione che i comportamenti di un attore/gruppo di attori all'interno del sistema siano sostenibili. Il tanto disatteso protocollo di Kyoto definisce sostenibiltà quel comportamento che consente di produrre valore senza sottrarne alle generazioni future. La sostenibilità non ha solo una dimensione "etica" ma anche economica: un'azienda può adottare comportamenti apprezzabili da un punto di vista sociale ma non essere sostenibile perchè i suoi prodotti non hanno mercato. Vediamo se in questo senso lo sviluppo cinese può essere definito sostenibile.
A livello di sistema la Cina ha abbracciato un modello capitalistico di tipo autoritario (non molto dissimile da quello di Taiwan), dove il rispetto di diritti tipici di una democrazia non è ancora garantito. Nelle ultime settimane diverse proteste sono scoppiate contro le amministrazioni locali anche nel Sud ricco del paese, segno inequivocabile che non esiste capitalismo sostenibile senza democrazia.
Sul protezionismo contro cui Snow ha puntato il dito la scorsa settimana con riferimento soprattutto all'industria dei servizi finanziari (in Cina uno straniero non può controllare più del 25% di un'azienda bancaria), non pare che invece gli Stati Uniti (si veda il caso Unocal) o l'Europa, che oggi protesta per l'abbattimento delle quote sulle importazioni tessili che essa stessa ha promosso dieci anni fa, stiano dando un motivo valido ai Cinesi per aprire il loro mercato alla libera concorrenza.
A livello economico, la vera trasformazione in Cina deve invece arrivare dalla revisione dei comportamenti di governo d'impresa. Qualche esempio:
Huawei, primo produttore di apparecchiature per le telecomunicazioni, non presenta ad oggi requisiti accettabili per la Quotazione in borsa, a causa della struttura di controllo poco trasparente.
China Telecom e China Netcom gestiscono sostanzialmente in regime di duopolio le telecomunicazioni del paese (l'accesso a Skype primo operatore Voip è stato bloccato dalle autorità), il primo concentrandosi nelle regioni del sud ed il secondo, nato più di recente, al nord.
L'industria estrattiva e di produzione di metalli presenta uno degli standard più bassi di misure di controllo antinquinamento del mondo. China Minmetals Corporation, che riunisce un gruppo importante di produttori dell'acciaio locali, non impone alcuno standard per il trattamento delle polveri sottili che residuano dalle produzioni a freddo. Presto i principali paesi industriali potrebbero richiedere l'adozione di standard accettabili, visto che nel 2005 la Cina è passata da importatore a esportatore netto di acciaio.
La situazione non è diversa nell'industria estrattiva dell'oro (come nell'America del Klondike, la Cina sta sperimentato una nuova febbre dell'oro). L'estrazione del metallo prezioso, che in natura si trova in Cina misto a quantità rilevanti di arsenico, avviene attraverso l'utilizzo di fornaci altamente inquinanti.
Il management di Alibaba.com, sito di aste on-line che in Cina sta avendo un successo superiore a E-Bay (e in cui Yahoo ha investito un miliardo di dollari, forse troppo per assicurarsi una presenza nel mercato), vanta con orgoglio la mancanza di un modello di business cui ispirare la futura crescita dell'azienda.
Forse l'industria in cui il paese ha fatto maggiori passi avanti nel campo della corporate governance è quella tessile, perchè da più tempo si confronta con un mercato di sbocco internazionale per i propri prodotti.
Ma perchè mai l'industria cinese dovrebbe preoccuparsi di quello che i mercati finanziari pensano delle proprie aziende?
Il mercato cinese viene prevalentemente visto dalle aziende occidentali come straordinario potenziale recipiente per i propri prodotti. Due statistiche per dire che forse le aspettative delle multinazionali sono eccessive:
1) il tasso di risparmio delle famiglie cinesi (quelle povere dei contadini non sono da meno) è dell'ordine del 50% del proprio reddito. Le paure del periodo maoista non sono sopite, la gente mette fieno in cascina per tempi peggiori;
2) il Pil pro capite di Pudong, quartiere di nuovo sviluppo di Shanghai che ospiterà la prossima edizione dell'Expo e titolare del record di produttività per il paese, è di meno di otto mila dollari all'anno, una frazione della media europea.
Dai due fatti precedenti deriva una conseguenza fondamentale: i cinesi consumano poco e forse continueranno a farlo per decenni (per la politica del figlio unico adottata nel periodo maoista la popolazione invecchia velocemente).
Le aziende cinesi devono allora pensare in termini globali per lo sviluppo delle proprie attività, perchè i fenomenali investimenti che il paese sta affrontando non sono giustificabili sulla base della domanda interna.
La percezione che i mercati finanziari internazionali hanno delle imprese ha un influenza dominante sul potenziale di domanda proveniente dall'estero: maggiore quindi l'adozione da parte delle aziende cinesi di comportamenti sostenibili più ampia l'accettazione dei consumatori stranieri.
Hou Weigui, co-fondatore di Zte, un concorrente di Huawei, ha detto questa settimana in un intervista rilasciata al Financial Times che il governo cinese dovrebbe proteggere maggiormente le aziende domestiche dalla concorrenza esterna.
Per fortuna, la classe politica del paese si rende conto che questa non è la via per uno sviluppo sostenibile. Come dichiarato dal premier Hu Jintao in occasione dell'apertura del G20 a Pechino la scorsa settimana, la Cina ha ancora molta strada da fare.


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