17-07-2006

La fusione dei mercati finanziari impone una fusione delle regole

È ormai un fatto acquisito che le principali borse internazionali siano da tempo coinvolte in un processo di trasformazione, nel cui centro si colloca l’interesse ad unire le rispettive attività di contrattazione. Con l’espansione dei canali telematici e l’introduzione di nuove piattaforme tecnologiche destinate allo svolgimento delle negoziazioni, un tempo affidate al famoso “ring”, molti confini sono stati già abbattuti. Di fatto, si può quindi affermare che i mercati azionari si muovono oggi in un contesto di globalizzazione e che la loro crescente tendenza a fondersi riflette l’orientamento invalso ormai da anni in ambito aziendale. Ma questo cammino verso l’integrazione dei mercati come si coniuga con l’estrema varietà delle norme che disciplinano gli scambi in ciascun paese? Dovranno essere concepite anche forme di unificazione in materia, oppure no? Di questi dubbi sembra ne siano attualmente pervasi non solo gli investitori, ma anche gli analisti, i presidenti delle società di borsa e gli stessi regolamentatori.

“Il mondo è piatto”, così Thomas Friedman, un economista americano, ha intitolato il suo ultimo libro incentrato sugli effetti della tecnologizzazione e su come questa, abbattendo i confini nazionali e infrangendo le barriere temporali, abbia accelerato la competizione; l’accesso ai mercati è infatti consentito 24 ore al giorno, su qualsiasi piazza Finanziaria del mondo. Da ciò questa idea dell’appiattimento, nella cui scia ben si inserisce il processo di fusione dei mercati. Un ambiente di lavoro più omogeneo dovrebbe essere disciplinato da un contesto normativo altrettanto omologato, osserva in un suo articolo il quotidiano “Financial Times”, che si pone una semplice domanda: si può continuare a governare con metodi tradizionali un sistema avviato verso l’abbandono delle tradizioni?

La maggior parte degli esperti risponde di no ed è quindi unanime nell’asserire che i cambiamenti devono avvenire in entrambi i casi. Ciò che invece non è chiaro è quale sistema normativo debba essere adottato: quello americano, oppure quello europeo o quale altro? E, soprattutto, chi dovrebbe presiedere al controllo ed assurgere a ruolo di arbitro delle regolamentazioni che sottendono ai mercati finanziari? Per il momento soluzioni univoche non si intravedono, trattandosi di una questione sfaccettata e conseguentemente difficile da risolvere con un semplice provvedimento e in tempi rapidi. Si constatano, tuttavia, parecchi movimenti intale direzione. È di due settimane fa, ad esempio, la notizia dell’apertura di un dialogo in materia di regolamentazioni tra la Securities and Exchange Commission (SEC), l’organo di sorveglianza della borsa americana, con la sua controparte della Corea del Sud; e ancora, a giugno, la SEC ha siglato un memorandum di intesa con la britannica Financial Services Authority (FSA) per oordinare le ispezioni e i controlli sullo scambio di informazioni tra i mercati azionari. Sempre la SEC ha inoltre pubblicato un documento riepilogativo, concepito per aiutare gli investitori a capire cosa avviene sul piano normativo quando due mercati si fondono, come nel caso di un eventuale successo del NYSE (New York Stock Exchange) nell’acquisizione di Euronext, il econdo mercato finanziario europeo. Se questa operazione dovesse riuscire al NYSE, il risultato sarebbe l’accesso a un sistema di contrattazioni meno rigido.

Naturalmente, non si deve erroneamente pensare che l’incerto futuro delle questioni disciplinari stia frenando i matrimoni tra i mercati. Anzi, come detto, è proprio il progresso di queste operazioni che ha acuito l’interesse per gli aspetti normativi. Non è solo il NYSE a farsi avanti con Euronext, ma recentemente anche l’altra maggiore piazza borsistica statunitense, il Nasdaq (il primo mercato telematico negli USA) ha mostrato i denti, ntrando di petto nel capitale azionario del London Stock Exchange, dopo una tenace offensiva. Gli osservatori puntualizzano che è proprio questo dichiarato interesse degli Stati Uniti per le piazze europee a testimoniare l’importanza delle regolamentazioni di borsa. Gli USA sono attratti dall’Europa perché vogliono entrare in una giurisdizione straniera, in modo da poter eludere il loro rigidissimo sistema di sorveglianza. Anzi, secondo diversi analisti, questa sarebbe l’unica vera ragione dell’ondata di fusioni e proposte di acquisizione.

Alla luce di quanto detto, gli organi che gestiscono le normative di borsa sono giunti alla conclusione che la cooperazione tra i vari paesi sia la sola strada da percorrere, ma fin qui si tratta di pura retorica. E a livello pratico? Per il momento, lo abbiamo già detto, non sono state annunciate soluzioni, ma per chi conosce a fondo i mercati e tutti i suoi molteplici meandri, il mutato atteggiamento della SEC rappresenta già un significativo passo avanti verso il nuovo corso. La SEC, infatti, è sempre stata conosciuta per la sua inflessibilità e la totale chiusura verso l’esterno; ha mantenuto fede al principio che nel 1934 indusse il governo USA a costituire questa agenzia federale, per proteggere gli interessi dei risparmiatori contro le pratiche spregiudicate e speculative dei mercati mobiliari. La lezione ricevuta dalla Grande Depressione aveva reso oltremodo inflessibile il controllo della consistenza qualitativa e quantitativa dei titoli quotati in borsa, come pure delle contrattazioni. Oggi il flusso degli eventi ha costretto la SEC ad esplorare nuove possibilità, come dimostra anche la sua apertura verso la britannica FSA che, al contrario, è un organismo non governativo, costituito nel 2000 per fornire informazioni in materia assolutamente aperta e trasparente a aziende, consumatori e risparmiatori.

In definitiva, in qualsiasi attività lucrativa, e non solo, la tecnologia sta trasformando sistemi, comportamenti, politiche, sminuendo notevolmente l’importanza delle barriere geografiche e temporali. Il mondo della finanza non poteva di certo restare escluso da questa corrente e, con esso, il sistema normativo che lo disciplina.

a cura di © Cornèr Banca SA


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