21-06-2005

Le crisi d' Europa

L’esito negativo scaturito in Francia e in Olanda dai recenti referendum
popolari sul trattato costituzionale europeo ha messo in luce una disaffezione, se non un’aperta avversione, ad un progetto politico europeo apparentemente poco convincente. Qualcuno ha giustamente detto che “l’Europa non piace agli europei”, un’affermazione che trova sempre più visibilità soprattutto in alcuni paesi fondatori dell’UE, come la Francia e l’Olanda appunto. Il responso scaturito dalle urne non sembra essere dunque solo una crisi passeggera, quanto piuttosto un’aperta contrarietà ad un modello che avrebbe dovuto contribuire allo sviluppo politico ed economico di tutta l’area.
Per quanto riguarda l’ambito politico, molti hanno visto una sorta di accelerazione, voluta da Bruxelles, nella strategia di allargamento che lo scorso anno ha portato nell’alveo dell’UE paesi come l’Ungheria e la Lettonia, con tutti i costi (finanziari) e le sfide (concorrenza e adeguamento degli ordinamenti politici) che questo comporta e comporterà.

I 25 paesi che attualmente compongono l’UE rappresentano indubbiamente un mercato importante, con 455 milioni di persone, all’interno del quale però l’integrazione reale richiede ancora un lavoro importante e, soprattutto, costoso. Infatti, l’obiettivo della convergenza, posto dalle autorità europee, necessita di cospicui fondi e sovvenzioni. La nuova politica europea di coesione per il periodo 2007-2013, ossia il programma di sviluppo, ruota attorno ad un volume di circa 340 miliardi di euro, la maggior parte dei quali sarà destinata all’obiettivo della convergenza e andrà pertanto in quei paesi che registrano un Pil pro capite inferiore al 75% della media europea, in gran parte situati nell’area orientale dell’UE. Il conto di questo programma di sviluppo spetterà in larga misura a quei paesi che, attualmente, accusano tassi di crescita infimi o presentano evidenti squilibri nei conti pubblici.
Su questi ultimi si innesta un altro elemento di crisi che intacca direttamente la moneta unica, poiché alcuni paesi della zona euro sono afflitti da pesanti ammanchi di bilancio.
L’Unione Economica e Monetaria (UEM), che annovera 12 dei 25 paesi dell’UE, è nata proprio sui quei parametri del Patto di Stabilità oggi fortemente disattesi, soprattutto per quanto concerne il deficit di bilancio, che non può superare il tetto massimo del 3% del Pil. Sono invece ormai diversi i paesi dell’UEM che hanno sforato questo tetto e che verosimilmente lo sforeranno anche l’anno venturo. La rimessa in discussione, nei mesi scorsi, di questi parametri significa la rimessa in discussione della struttura stessa sulla quale è nata la moneta unica. È una situazione molto chiara anche per la BCE che, a più riprese, si è scagliata contro qualsiasi modifica del patto fondante dell’euro.

Confrontata ora con un tasso di disoccupazione che si muove intorno al 9%, l’economia europea non riesce ad uscire dalle secche in cui si trova da tempo e neppure le prospettive a breve termine mostrano cambiamenti sostanziali. Il rallentamento economico emerso nella seconda parte dello scorso anno si è protratto anche nei primi mesi del 2005, tanto che nel primo trimestre economie comme quelle italiana e olandese hanno addirittura fatto segnare dei tassi negativi.

In questo scenario di problemi congiunturali e strutturali, il “no” popolare di Francia e Olanda al modello economico e politico proposto da Bruxelles, e di riflesso il “no” alla carta fondante dell’Europa politica, la Costituzione, non deve allora stupire più di tanto.

Ciò non toglie che uscire da questa situazione di crisi, non irreversibile, ma certamente profonda, non è cosa da poco. Finora 10 paesi hanno ratificato il trattato costituzionale. Si tratta di: Lettonia, Spagna, Lituania, Ungheria, Slovenia, Grecia, Italia, Slovacchia,Austria e Germania. Dal canto suo, la Gran Bretagna, con una mossa di grande valenza politica, ha congelato il referendum sul trattato costituzionale europeo, dopo che il presidente francese e il cancelliere tedesco avevano invece perorato la causa del proseguimento del processo di ratifica.
Se la mossa della Gran Bretagna è comprensibile, soprattutto dal punto di vista interno, il suo effetto sul resto del continente è quanto mai importante, perché, di fatto, blocca il processo di ratifica, al quale sono chiamati tutti e 25 i paesi interessati.
Ma in gioco v’è probabilmente qualcosa di più. In gioco ci sono anche due visioni diverse dell’Europa e del suo futuro assetto politico ed economico: quella concepita dal fronte franco-tedesco e quella sostenuta dalla Gran Bretagna. Per il momento,la partita sembra dare qualche punto di vantaggio a quest’ultimo paese, che non fa parte dell’UEM e che, negli ultimi anni, ha fatto registrare tassi di crescita economica mediamente superiori rispetto a quelli degli altri paesi dell’UE. La partita però è più che mai aperta, mentre urgono soluzioni rapide ad importanti problemi.
a cura di Corner Banca www.cornerbanca.com


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