16-03-2005

Allargamento della UE, rischi e opportunita'

L’allargamento dell’UE fornisce importanti potenzialità e opportunità di carattere politico ed economico. Oltre ad un maggior peso contrattuale in ambito politico – non tanto per la forza reale dei nuovi paesi membri, quanto piuttosto per la ricomposizione sul piano continentale della frattura operata nel 1945 -, si assisterà pure al rafforzamento di un mercato che assumerà vieppiù importanza per la crescente richiesta di beni e servizi dei nuovi paesi membri.

Ma non è tutto oro quello che luccica e da tempo,soprattutto in paesi come la Germania, questo allargamento ha innescato timori che sono lungi dall’essere fugati. Anzitutto, il divario nei redditi pro capite, fra i nuovi paesi membri e gli altri 15 paesi, potrebbe perdurare, inficiando così le prospettive di una ripresa dei consumi. Secondariamente, la struttura economica dei nuovi membri non dispone di un necessario ed adeguato grado di efficienza.

Ma soprattutto, il basso costo del lavoro e una pressione fiscale nettamente inferiore alla media degli altri paesi dell’UE rischiano di rappresentare una minaccia destabilizzante per alcuni paesi, come la Germania e l’Austria, dove la sola ipotesi di delocalizzaione di risorse e aziende ha generato nelle ultime settimane fenomeni importanti.

Tutto è partito dal caso Siemens, la cui direzione aveva prospettato di spostare alcune attività (e alcune migliaia di posti di lavoro) in Ungheria.
Con un cambio di rotta di 180 gradi rispetto alla politica aziendale fin qui adottata, direzione e sindacati hanno raggiunto un accordo che contempla l’aumento dell’orario di lavoro a 40 ore settimanali, dalle attuali 35 ore, senza compensazione salariale, in cambio del mantenimento dei posti di lavoro in Germania.
Infranto il tabù dell’aumento dell’orario di lavoro senza compensazione, il caso Siemens ha aperto la porta ad altri accordi simili, la cui vera posta in gioco non è tanto la durata dell’orario di lavoro in quanto tale, quanto piuttosto il costo del lavoro.

Il tutto si inserisce poi nell’attuale dibattito sulla produttività dell’UE e del relativo divario rispetto a quella registrata negli ultimi anni negli Stati Uniti .
Le minacce di alcuni paesi europei di privare di aiuti dell’UE le aziende che delocalizzano non possono però essere relativizzate.
V’è, infatti da notare che l’obiettivo della convergenza posto dalle autorità europee poggia su importanti e cospicui fondi e sovvenzioni, che si vorrebbero legare a precise regole comunitarie. Stando alle proposte formulate in luglio a Bruxelles, la nuova politica europea di coesione per il periodo 2007-2013, ossia il programma di sviluppo, ruota attorno ad un volume di 336,3 miliardi di euro, la maggior parte dei quali –264 miliardi, per la precisione- sarà destinato all’obiettivo della convergenza e andranno pertanto in quei paesi che registrano un Pil pro capite inferiore al 75% della media europea, gran parte dei quali situati proprio nella parte orientale dell’UE.

Il progetto esclude dai fondi strutturali quelle aziende e imprese che spostano le loro attività nei paesi con un’imposizione fiscale molto favorevole.
Si vuole impedire che un’impresa tedesca o francese delocalizzi le sue attività in paesi europei a bassa pressione fiscale, come appunto i paesi orientali divenuti membri dell’UE lo scorso 1° maggio, pena il rimborso degli aiuti comunitari ricevuti.

Fra gli strumenti che permetteranno un controllo a tappeto v’è anzitutto lo scambio d’informazioni di prossima introduzione. Se questa “regolamentazione” può essere applicata all’interno dell’UE, il discorso cambia evidentemente quando le delocalizzazione sono orientate, per esempio, nei paesi asiatici.

La competitività fiscale e il basso costo del lavoro stanno preoccupando da tempo paesi come la Germania. Stando ai dati forniti dall’OCSE, il carico fiscale medio dei 15 membri dell’UE (vecchi membri) è del 31%; per contro, i 10 nuovi membri hanno un carico medio del 19%.
Proprio la paura del “dumping fiscale” proveniente dall’est aveva indotto nelle scorse settimane i rappresentanti di Francia e Germania a prospettare accordi rafforzati tra paesi con un sistema fiscale armonizzato e qualcuno ipotizzava addirittura il blocco nell’erogazione di fondi strutturali ai paesi con una bassa pressione fiscale.

Soprattutto quest’ultima ipotesi appare alquanto azzardata, oltre che illegale, dato che le autorità europee non hanno, per il momento, alcuna competenza sull’imposizione fiscale diretta dei singoli paesi membri.
Oltre alla competitività fiscale, per la Germania l’entrata dei nuovi paesi dell’ex blocco orientale pone anche un altro tipo di problema.
Infatti, tale entrata abbassa la media del reddito pro capite dell’UE, con la logica conseguenza che aree finora al beneficio di fondi comunitari (come i Länder tedeschi orientali) rischiano di non più ottenere questi importanti supporti finanziari, con tutte le conseguenze del caso.

a cura di Corner Bank www.corner.ch


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